Articolo di Leonardo Cilia – Business Mentor Microlab
Chi fa mentoring lo sa bene: non sempre il punto di partenza di un percorso imprenditoriale è un’idea chiara e strutturata. A volte, ciò che il mentee porta sul tavolo è soprattutto un bisogno di uscire da una situazione di disagio, più che un progetto fondato su competenze ed esperienze consolidate.
In questo caso il percorso aiuta il mentee a vagliare l’efficacia delle proprie idee e nel caso a trovarne delle nuove.
È quello che mi è successo per esempio con Maria (nome di fantasia), una trentenne molto motivata che voleva creare un’impresa dal forte impatto sociale.
Un’idea che nasce dal cuore
La sua prima idea imprenditoriale è quella di fondare un’agenzia di viaggi sociali: brevi soggiorni in cascine, baite e luoghi naturali della sua regione, pensati per persone con limitate disponibilità economiche.
L’ispirazione arriva da un’esperienza personale di volontariato, durante la quale aveva accompagnato persone con disabilità in gite in montagna. Un’esperienza intensa e significativa, che l’aveva portata a immaginare “viaggi nella natura” come strumento di inclusione e benessere.
Il confronto con la realtà economica
Per trasformare un’idea in un’impresa c’è però un punto fondamentale da considerare: un’impresa, anche sociale, deve essere sostenibile. Deve coprire i costi, generare ricavi e possibilmente produrre un utile, da reinvestire o destinare a finalità sociali.
Per questo ho invitato Maria a trasformare la sua idea in un piano concreto: capire come raggiungere i potenziali clienti, individuare i fornitori di soggiorni, stimare costi e ricavi reali.
Il risultato di questa analisi è illuminante ma anche scoraggiante: il progetto sarebbe sostenibile solo grazie a finanziamenti pubblici o donazioni, con margini molto bassi e costi elevati. Inoltre, Maria si rende conto di avere poche competenze specifiche nel settore turistico.
A questo punto arriva una decisione importante: cambiare direzione.
Valorizzare le proprie competenze (e passioni)
Maria è un’educatrice, parla quattro lingue e lavora da anni – spesso con contratti precari – presso associazioni e cooperative che seguono persone con disabilità. Periodi di lavoro si alternano a fasi di disoccupazione, rendendo il futuro instabile.
Durante il mentoring emerge un altro elemento chiave del suo vissuto: la passione per il giardinaggio. Nel lavoro educativo aveva già sperimentato come la cura delle piante aiutasse le persone con disabilità a calmarsi, responsabilizzarsi e crescere.
Da qui nasce una nuova idea: sviluppare giardini terapeutici (healing gardens) per ospedali, case di riposo, centri sociali e spazi pubblici.
Procedere per piccoli passi
Il mentoring sulla nuova idea porta a una riflessione strategica: partire subito con la creazione di un giardino terapeutico completo richiederebbe investimenti, competenze specialistiche e relazioni istituzionali che Maria, in quel momento, non possiede.
Meglio allora iniziare in modo più graduale:
- collaborare con giardini terapeutici già esistenti o in fase di progettazione
- affiancarsi a professionisti, consulenti o associazioni del settore
- proporre pacchetti di servizi specifici, legati alla cura delle piante, per target diversi (anziani, disabili, giovani)
Per rendere questi pacchetti concreti e sostenibili, le ho consigliato di contattare gestori e progettisti di giardini terapeutici, approfondendo temi come investimenti, costi di gestione, finanziamenti e bisogni reali dell’utenza.
La scoperta di un ostacolo (e di una strada)
Dalle interviste emerge un nodo cruciale: la professionalità richiesta. Per lavorare nel settore servono titoli specifici in ortoterapia, ottenibili attraverso percorsi formativi impegnativi e costosi, da alcuni mesi fino a corsi universitari.
Questo è uno dei momenti in cui la scelta resta al mentee: è Maria che deve capire come colmare questo gap nel medio periodo. Nel frattempo la invito a fare un altro esercizio fondamentale: ricostruire le sue esperienze pratiche, i contatti attivati, i risultati ottenuti. Un lavoro utile per:
- definire servizi già sperimentati e riproponibili
- individuare possibili referenti e clienti futuri
Una brusca interruzione… e un nuovo inizio
Mentre Maria sta lavorando su questi aspetti, viene improvvisamente licenziata. La necessità di trovare un nuovo lavoro diventa prioritaria e il percorso di mentoring viene sospeso, anche perché aveva già superato la durata prevista dal programma Microlab.
Sei mesi dopo arriva però una buona notizia: Maria viene inserita in un programma formativo retribuito per la cura e tutela dei giardini storici. Una soluzione che la rende felice, perché unisce la passione per le piante a concrete prospettive di lavoro stabile, molto richiesto in Italia e all’estero.
Chissà se, un domani, grazie proprio a questa esperienza potrà riprendere il sogno dei giardini terapeutici.
Quando il mentoring non crea un’impresa, ma chiarezza
Questo percorso di mentorship, durato quasi cinque mesi, è stato vissuto con fatica: tra l’urgenza di trovare lavoro e il desiderio di costruire un progetto imprenditoriale in settori poco conosciuti.
Non è nata un’impresa.
Ma è nata maggiore consapevolezza, più ordine mentale, fiducia nelle proprie passioni e nelle proprie possibilità.
Uscire dal disorientamento è già un risultato enorme, e imparare grazie al mentoring gli step necessari per aprire un’impresa pianta un seme che potrà germogliare in futuro.🌱
Vuoi lanciare la tua impresa o far crescere il tuo business? Con l’aiuto di un mentor puoi!
