Skip to main content

Articolo di Leonardo Cilia – Business Mentor Microlab

L’esperienza di mentoring mi ha messo spesso in contatto con persone arrivate in Italia dall’Africa o dal Medio Oriente, con un permesso regolare (lavoro stagionale o protezione umanitaria – asilo politico). 

Il loro sogno è quello di avviare un’attività: aprire un piccolo ristorante con i piatti del loro Paese, un negozio o un e-commerce di abiti e oggetti artigianali. Vorrebbero portare in Italia un pezzo della loro cultura, non solo guadagnare.

Nella Giornata Mondiale della Diversità Culturale per il Dialogo e lo Sviluppo, celebrata ogni anno il 21 maggio, istituita dalle Nazioni Unite per promuovere il valore della diversità culturale come elemento fondamentale per la pace, la coesione sociale e lo sviluppo sostenibile, voglio in questo articolo mettere a frutto la mia esperienza e dare qualche consiglio per supportare il sogno di chi vuole creare in Italia il proprio futuro imprenditoriale. 

Imprenditoria Migrante in Italia

L’imprenditoria migrante in Italia è già una realtà solida, con oltre 678.000 imprese attive. Secondo il rapporto IDOS 2025, negli ultimi 15 anni le imprese guidate da cittadini migranti sono aumentate di quasi il 50%, smentendo l’idea che la popolazione migrante abbia solo un ruolo di lavoro subordinato.

Nella mia attività di Mentor ho visto come spesso per chi vuole aprire un’impresa in Italia provenendo da un paese terzo si ripropongono gli stessi ostacoli. Conoscerli può aiutarci ad arricchire il nostro punto di vista,  comprendere meglio degli atteggiamenti che potrebbero essere fraintesi, e trovare delle strategie per superarli insieme. 

Le paure più ricorrenti che bloccano il sogno di mettersi in proprio riguardano la lingua, le normative e il funzionamento del sistema bancario.

  1. Lingua e comunicazione

Comprendere termini tecnici di norme, bandi, business plan, banche è difficile anche per un madrelingua italiana se non ha specifiche conoscenze in quegli ambiti. Immaginiamo cosa possa significare per una persona che ha imparato l’italiano come seconda lingua. 

Quando c’è un mediatore o un familiare che aiuta a tradurre si sentono più tranquilli, ma dei piccoli accorgimenti possono aiutare la comunicazione senza far sentire l’altro a disagio, come parlare più lentamente, fare esempi concreti, magari scrivendo delle parole chiave.

Cosa potrebbe aiutare:

  • Sentirsi dire che è normale non capire tutto subito.
  • Proporre schemi semplici, disegni, esempi pratici.
  • Sapere che possono interrompere se non hanno capito e chiedere: “Puoi ripetere in modo più semplice?”.

 

  1. Le normative italiane: come “le vivono”

Nel Paese di origine, aprire un’attività è più semplice: meno controlli, meno carta, meno vincoli. In Italia invece scoprono norme su igiene, sicurezza, autorizzazioni, permessi, requisiti professionali che vengono percepiti come muri altissimi.

Quando mi trovo a spiegare che per aprire un ristorante in Italia servono corsi, autorizzazioni ASL, regole sugli alimenti e non si può “semplicemente” cucinare e vendere come facevano a casa, questo viene visto come una limitazione alla libertà di impresa. 

A volte si scoraggiano e pensano: “Allora non ce la farò mai”.

Cosa potrebbe aiutare:

  • Far comprendere non solo “cosa dice la legge”, ma “perché esiste” (tutela salute, fiducia clienti, niente multe).
  • Creare un percorso a tappe, non dando tutte le informazioni insieme.
  • Sapere che anche gli italiani hanno difficoltà con la burocrazia.
  1. Il tema del prestito e degli interessi

Qui nasce uno dei punti più delicati, soprattutto per chi proviene da Paesi mussulmani. Nel mondo della finanza islamica il denaro è un mezzo non un fine. Il Corano vieta la riba (interesse/usura): pagare interessi su un prestito è percepito come moralmente sbagliato.

Nel sistema occidentale invece:

  • la banca vive di interessi;
  • se non si pagano alcune rate, viene chiuso il credito e questo può portare al fallimento, anche se vi fossero crediti verso lo Stato o verso clienti.

Nel modello di finanza islamica la banca condivide il rischio con il cliente; si può rinegoziare il debito, allungando i tempi, riducendo le rate in modo semplice e non si è “creditori”, ma quasi un partner che partecipa ad utili e perdite della banca.

Dal punto di vista di una persona che proviene da un sistema bancario di questo tipo il sistema italiano viene percepito come rischioso e si sente quindi penalizzato nel portare avanti la propria  idea imprenditoriale.

Questo è un elemento culturale importante da tenere in considerazione per non fraintendere dei comportamenti legati a differenze culturali e non a mancanza di volontà o impegno. 

Cosa potrebbe aiutare:

Quando dobbiamo supportare persone provenienti da paesi mussulmani nel percorso per aprire un’attività imprenditoriale può essere di aiuto:

  • chiedere se ha vincoli religiosi o etici sul tema interessi;
  • ascoltare e non giudicare, perché atteggiamenti di disagio possono derivare da conflitto valoriali;
  • esplorare soluzioni alternative: microcredito, finanza etica, prestiti da cooperative o strumenti che somigliano al profit and loss sharing della banca islamica
  • aiutare a valorizzare la loro cultura come risorsa per il business, non come ostacolo.

 

Cosa serve davvero

Gli imprenditori e aspiranti imprenditori vogliono essere capiti in quanto persone, non solo valutati come “progetti d’impresa”. Se riusciamo a fare questo possiamo trovare soluzioni compatibili con la  loro identità e la nostra.

In questo modo il mentoring può diventare il “ponte” tra due mondi culturali differenti. 

Se vuoi approfondire questo tema i Mentor Microlab hanno la sensibilità e le capacità di costruire ponti fra culture diverse; se vuoi ricevere il supporto chiedi il supporto di un Business Mentor.

 

Leave a Reply

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.